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L'Inesistente

01 agosto 2014

Cesare Pavese - L'istinto

L'uomo vecchio, deluso di tutte le cose,
dalla soglia di casa nel tiepido sol
guarda il cane e la cagna sfogare l'istinto.


Sulla bocca sdentata si rincorrono mosche.
La sua donna gli è morta da tempo.
Anche lei come tutte le cagne non voleva saperne,
ma ci aveva l'istinto.

L'uomo vecchio annusava;
non ancora sdentato; la notte veniva,
si mettevano a letto. Era bello l'istinto.
Quel che gli piace nel cane è la gran libertà.

Dal mattino alla sera gironzola in strada;
e un po' mangia, un po' dorme, un po' monta le cagne:
non aspetta nemmeno la notte. Ragiona,
come fiuta, e gli odori che sente son suoi.

L'uomo vecchio ricorda una volta di giorno
che l'ha fatta da cane in un campo di grano.
Non sa più con che cagna, ma ricorda il gran sole
e il sudore e la voglia di non smettere mai.

Era come in un letto. Se tornassero gli anni,
lo vorrebbe far sempre in un campo di grano.

Scende in strada una donna e si ferma a guardare;
passa il prete e si volta. Sulla pubblica piazza
si può fare di tutto.
Persino la donna, che ha ritegno a voltarsi
per l'uomo, si ferma.
Solamente un ragazzo non tollera il gioco
e fa piover sassi. L'uomo vecchio si sdegna.


Francis Bacon, Painting of a dog, 1952

***

L’uomo vecchio si ferma sulla soglia di casa e lascia che sulla bocca sdentata scorrano mosche; le delusioni che l’hanno ridotto a patetico voyeur, ectoplasma di libertà in putrefazione. La bocca spalancata in una circonferenza imperfetta, in una smorfia penosa, è l’unica fonte di luce: è la lente su cui il sole si riflette proiettando sulla piazza sagome tiepidamente scialbe di cani che sfogano l’istinto.
     Nella cavità orale dell’uomo, l’istinto ha deposto larve che negli anni hanno sostituito lo smalto di un animale che non può più mordere la vita, ma solo osservarla. Osservare i dettagli di quello che resta della vita; quei dettagli a cui prima non aveva dato importanza perché troppo preso dalla vita di cui credeva di nutrirsi, di racchiudere in un istinto soltanto suo, e che invece lo stava semplicemente consumando.
     Attraverso la bocca fluisce quel tepore malsano, i ricordi di quando ancora non era sdentato, di quando ancora poteva godere l’illusoria libertà di montare quella cagna di sua moglie: a letto o, ancora meglio, in un campo di grano – superfluità della scenografia – e assaporare il gran sole (non già il tiepido sole) e il sudore e la voglia di non smettere mai.
     Ma la nostalgia di un piacere vissuto – o forse solo immaginato – qui diventa desiderio attuale che oscenamente si dispiega davanti a un’oralità muta (ciò che dovrebbe distinguere l’uomo dagli altri animali) nella tanto repellente quanto sacra bellezza generata dall’istinto. Bellezza è immobilità. L’immobilità è vera vita e l’istinto non ha bisogno che niente si muova, perché l’atto dell’istinto è in sé immobile e invulnerabile. Niente oltre l’istinto che fa sì che l’istinto sia. L’istinto è oggetto che esiste al di là del tempo e dell’uomo: è sempre stato in quella piazza deteriorandosi senza mai esaurirsi, svincolato dal bisogno di essere esperito – e quindi guardato, prodotto – da chiunque potesse testimoniare la sua presenza nel mondo.  
     La vera caduta dell’uomo, sembra dirci Pavese, non è aver mangiato il frutto proibito, ma aver perso i denti mangiandolo, non essersi resi conto della sacralità dell’istinto nel momento in cui si era preda di questo istinto. Eppure l’istinto è euforia, è oggetto puro, è uscire fuori di sé nell’immobilità di un atto assoluto, magari ripetibile, ma certamente non razionalizzabile, non traducibile in elemento costitutivo dell’identità del soggetto. Tornare in sé consapevoli di aver vissuto soggettivamente l’istinto è impossibile. Se ne può serbare un tiepido riverbero, una manciata di mosche, l’era che non è e non sarà.
     Di fronte all’istinto tutti si voltano a guardare (la donna e perfino il prete), ma neanche sulla pubblica piazza si può fare di tutto: lo si può contemplare senza riuscire a fare niente; oppure biasimarlo, violentarlo (come il ragazzo che fa piovere sassi); ed è proprio in questo caso che nella tragedia il poeta fa emergere un principio di inequivocabile rivincita: la dignità dello sdegno. L’uomo vecchio, infatti, si sdegna. E perché mai un uomo ormai marcescente e inutile dovrebbe sdegnarsi se un ragazzo prende a sassate una coppia di cani che fornica nella pubblica piazza? Perché se l’uomo, sopraffatto dal dolore e deluso da tutte le cose, perde l’oralità (e quindi, in un certo senso, la sua umanità) è pur sempre in grado di sdegnarsi di fronte all’istinto vandalizzato, di fronte all’ignoranza, alla bellezza incompresa e profanata. Nella tragedia, l’uomo-non-più-uomo – il fantasma che era che non è e che non sarà – mantiene la soggettiva libertà di ribellarsi a ciò che oggettivamente non è bello, di difendere per sempre il gran sole e il sudore e la voglia di non smettere mai.


Il Barone Inesistente

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16 maggio 2014

Alfonso Gatto - Donne sulla spiaggia

Più nude della terra, pescose più del mare
Le donne che si lasciano scottare,
quasi a un pelo di brividi la schiena,
un rapido traslato dell’immagine
che le spiega all’aperto delle pagine,
le pagine del cielo, lo stampo dell’arena.
Così fisso il silenzio, la vertigine
dell’ora in sé caduta, la prurigine
scomoda che s’assesta a suo piacere
la voglia della pelle, lo stimolo del bere.
L’amore è il niente e il tutto di quel pieno
che volge all’anca e si abbottona al seno.

Pablo Picasso, Due donne che corrono sulla spiaggia, 1922


***

Non un granello di sabbia, su questa spiaggia. Non una goccia di mare. Zero ombrelloni. Zero vento. Zero cavalloni. E le donne non hanno dimenticato apposta il bikini a casa per farsi squadrare al di sotto del mento da occhi birichini. Semplicemente, si lasciano scottare senza sentimento. Su di loro scorre un peloso brivido: la zampa di un gatto troppo timido – anche se nessuno gli dice smetti! – un gatto che invece dovrrebbe fare il divo: scardinare quelle schiene, ritagliare i contorni, scandagliare; perché i suoi artigli sono raggi ultravioletti, perché ha fame, perché sotto quella pelle potrebbe esserci qualcosa di vivo.
     Ma il desiderio implode. Quelle donne più nude della terra non respirano; e mentre il gatto in silenzio si gode la prurigine del piacere negato, quelle si affilano traslandosi in immagine. Quelle donne si dispiegano nel cielo come cubi di carta e vertigine. Un boato di pagine bianche, agglomerati di creature subacquee, giochi di anche e seni abbottonati che il gatto avrebbe voluto scrivere o almeno divorare.
     Che fare? Quelle donne non sono vere; o forse, con non fragile coraggio, avrebbero potuto diventare sirene. Amore non potabile, in ogni caso: lo stimolo del bere resta, ma il tempo è già scaduto. La bestia, pancia all’aria, rifrulla le sue pene: il gatto, raso al suolo che non è spiaggia, sgancia un frivolo miao! in faccia al nulla, fissando il volo a cui partecipare non può. E tutto si dissolve in un concettuale anatomico show.    



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06 maggio 2014

Giuseppe Ungaretti - Caino

Corre sopra le sabbie favolose
E il suo piede è leggero.

O pastore di lupi,
Hai i denti della luce breve
Che punge i nostri giorni.

Terrori, slanci,
Rantolo di foreste, quella mano
Che spezza come nulla vecchie querci,
Sei fatto a immagine del cuore.

E quando è l'ora molto buia,
Il corpo allegro
Sei tu fra gli alberi incantati?


E mentre scoppio di brama,

Cambia il tempo, t'aggiri ombroso,
Col mio passo mi fuggi.

Come una fonte nell'ombra, dormire!

Quando la mattina è ancora segreta,
Saresti accolta, anima,
Da un'onda riposata.

Anima, non saprò mai calmarti?

Mai non vedrò nella notte del sangue?

Figlia indiscreta della noia,
Memoria, memoria incessante,
Le nuvole della tua polvere,
Non c'è vento che se le porti via?

Gli occhi mi tornerebbero innocenti,
Vedrei la primavera eterna

E, finalmente nuova,
O memoria, saresti onesta.


Lionello Spada, La morte di Abele, XVII secolo

***

Se, come si legge nella Bibbia, tutti gli uomini sono fatti a immagine di Dio, e se Caino è un uomo, la conclusione del sillogismo non è valida, perché Caino non è fatto a immagine di Dio, ma a immagine del cuore. Un uomo che uccide per gelosia e che per millenni ha incarnato l’essenza della malvagità, viene qui riproposto come immagine del cuore: simbolo delle nobili passioni che dovrebbero guidare l’agire umano; organo biologicamente determinato a non fermarsi per garantire la vita.
     Caino, infatti, corre; corre con piede leggero su sabbie appartenenti a un mondo irreale, a una favola in cui lui è pastore di lupi; un lupo leader dalle fauci iridescenti che morde il mondo reale, conficcando denti di luce nei nostri giorni. E Ungaretti si innamora di questo umanoide lupo killer fatto a immagine del cuore. Lo afferma senza mezzi termini: scoppia di brama, perché inseguendolo nel suo aggirarsi ombroso, respira natura; perché la corsa di Caino segue il ritmo della poesia. Caino fugge il poeta con il passo del poeta che, desiderando quel corpo allegro più di ogni altra cosa, lo insegue, e quando l’ora è molto buia chiede: sei tu fra gli alberi incantati?
     Terrori, slanci e rantolo di foreste disegnano la camera germinale della poesia. Una poesia che non ha niente di femminile; una poesia che spezza come nulla vecchie querci; una poesia che prende le distanze dall’anima. Caino è la vera scintilla anima(le) per cui Ungaretti sbava, e che si scola in scorribande intrise di nero; Caino è la fonte nell’ombra che, prima di andare a dormire, imbratta allegramente la notte di sangue.  
     Il poeta, però, deve fare i conti con la necessità di calmare l’anima – quando quest’ultima, reiteratamente stropicciata, comincia a stiracchiarsi nel letto al canto del gallo – e con la smania di delitto consumata (e da consumare) nottetempo: impossibile soddisfare queste due istanze in sincronia; impossibile vedere la primavera eterna. L’innocenza degli occhi è negata da un darwinismo incestuoso che si replica a intervalli regolari scanditi dal giorno e dalla notte.
     Nella cassa toracica di Ungaretti pulsa il cuore trapiantato di un lupo. L’anima, afflosciandosi nella sua troppo umana inquietudine, si è allontanata dalla natura e quindi dalla poesia stessa: non è più in grado di instillare il movimento e la luce ingenui di cui il poeta ha bisogno per essere poeta. Di conseguenza, la poesia (il fratello, più forte) stupra l’anima (la sorella, più debole), che muore e risorge ogni mattina in attesa di subire il prossimo assassinio. In altre parole, Caino squarcia le chiappe flaccide di Abele non per gelosia, ma per riaffermare il dominio della poesia sull’anima e della natura sull’uomo.  
     La memoria, antica e polverosa madre della poesia (e dunque dell’anima), si rifugia in una nuvola di noia e da lì osserva il gioco perverso indefessamente imbastito dai propri figli, ormai stanca di essere onesta. Ungaretti certo non si dispera per questa scelta; ricordare non serve più, ululare è sufficiente: ha trovato nuovi fluidi con cui irrorarsi, altre primavere con cui correre alla ricerca di un senso.


Il Barone Inesistente

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01 maggio 2014

Salvatore Quasimodo – Colore di pioggia e di ferro

Dicevi: morte, silenzio, solitudine;
come amore, vita. Parole
delle nostre provvisorie immagini.
E il vento s'è levato leggero ogni mattina
e il tempo colore di pioggia e di ferro
è passato sulle pietre,
sul nostro chiuso ronzio di maledetti.
Ancora la verità è lontana.
E dimmi, uomo spaccato sulla croce,
e tu dalle mani grosse di sangue,
come risponderò a quelli che domandano?
Ora, ora: prima che altro silenzio
entri negli occhi, prima che altro vento
salga e altra ruggine fiorisca.



Max Ernts, The large forest, 1925


***

Tu, poeta, non sei stato abbastanza veloce. Hai provato a fare l’Achille, ma adesso sei un solo un ammasso di carne, polvere e sudore; gonfi il petto per compiere i soliti gesti epici, ma non funziona più; il  tuo eroismo è disperato, hai il fiato corto, è troppo tardi: la tartaruga placidamente ti sorpassa rivolgendoti un più che meritato ghigno.
     Dicevi: morte, silenzio, solitudine, amore; attingevi a un calderone di parole che avrebbero dovuto parlare di vita o, almeno, parole vicine alla vita, in grado di sfiorarla e farla fiorire. Queste parole, però, non sono bastate: immagini provvisorie che il vento, levandosi leggero ogni mattina, ha fatto gradualmente evaporare. Tutto questo BLA BLA BLA è evaporato in cielo, formando nubi di ferro dalle quali, goccia a goccia, il tempo è colato come acido solforico, accarezzando le pietre che voi (maledetti!) poeti ancora non siete riusciti ad animare con il vostro ronzio.
     Quasimodo, allarmato, osa interrogare l’uomo spaccato sulla croce dalle mani grosse di sangue. Si tratta di un’emergenza, dopotutto: il paradosso di Zenone ha avuto la meglio e la verità, sotto una pioggia del genere, scivola lontano. Ora serve un rimedio: quale, però? Un LATTE+ dalle proprietà rivoluzionarie che inietti nuova linfa nelle corde vocali di Achille, forse; o magari un’arma che faccia rallentare la tartaruga, una risposta che spacchi l’assurdità di una corsa destinata al fallimento più grande: il silenzio
     Silenzio che può entrare negli occhi, spargendo nel mondo gli effetti di una cecità che la poesia per secoli ha cercato a tutti i costi di evitare. Ignoranza, omologazione, violenza; e soprattutto alienazione, intesa come idiozia, come non bellezza, come lontananza dalla vita. Bisogna cancellare o convertire al più presto il colore di quelle nubi. Le pietre si sono sfigurate per sempre, afflosciandosi sotto le gocce del tempo, deflagrate in schegge radioattive. Bisogna fermare quella pioggia, prima che la terra assorba quelle schegge, prima che una foresta di ruggine germogli divorando l’uomo. Irreversibile reazione chimica. Nuove pietre devono prendere il posto di quelle vecchie. Le pietre che Deucalione, figlio di Prometeo, si gettò alle spalle après le déluge per ripopolare la terra.


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24 aprile 2014

Eugenio Montale - L'angelo nero

O grande angelo nero
fuligginoso riparami
sotto le tue ali,
che io possa sorradere
i pettini dei pruni, le luminarie dei forni
e inginocchiarmi
sui tizzi spenti se mai 
vi resti qualche frangia
delle tue penne

o piccolo angelo buio,
non celestiale né umano,
angelo che traspari
trascolorante difforme
e multiforme, eguale
e ineguale nel rapido lampeggio
della tua incomprensibile fabulazione

o angelo nero disvélati
ma non uccidermi col tuo fulgore,
non dissipare la nebbia che ti aureola
stàmpati nel mio pensiero
perché non c'è occhio che resista ai fari,
angelo di carbone che ti ripari
dentro lo scialle della caldarrostaia

grande angelo d’ebano
angelo fosco
o bianco, stanco di errare
se ti prendessi un'ala e la sentissi
scricchiolare
non potrei riconoscerti come faccio
nel sonno, nella veglia, nel mattino
perché tra il vero e il falso non una cruna
può trattenere il bipede o il cammello,
e il bruciaticcio, il grumo
che resta sui polpastrelli
è meno dello spolvero
dell'ultima tua piuma, grande angelo
di cenere e di fumo, miniangelo
spazzacamino.

William Blake, The Great Red Dragon and the Woman Clothed in Sun, 1805-1810

***

Un forno non è proprio il luogo ideale che siamo portati a immaginare per una preghiera, specialmente se nella bocca di quest ultimo sfrigolano ramoscelli in fiamme. Altrettanto inconsueto è invocare la protezione di un grande angelo nero. Eppure il poeta non chiama in causa altre divinità: vuole ripararsi sotto le fuligginose ali di questa creatura e inginocchiarsi sui tizzoni spenti, per accarezzare quel che resta dei rami, sempre che l’angelo nero accetti di sacrificare una dose sufficiente di penne per estinguere il fuoco.
     Nella seconda strofa l’angelo diventa piccolo e a questa metamorfosi segue l’elenco dei suoi attributi. Inno omerico quantomeno sbronzo. L’angelo è buio, non è celestiale né umano; è trasparente, trascolorante, difforme, multiforme; è eguale, ineguale e tendenzialmente analfabeta: le sue parole, infatti, lampeggiano rapide e incomprensibili. Insomma, Montale è un po’ confuso, oltre che mangiapenne a tradimento.
     Nella terza strofa chiede al piccolo angelo nero di disvelarsi – affinché l’enigmatica richiesta del poeta possa compiersi? – quindi gli concede una mitragliata di imperativi e di elogi che potrebbero suonare anche come sberleffi: non uccidermi col tuo fulgore, non dissipare la nebbia che ti aureola, stampati nella mio pensiero! Tu, angelo di carbone, che ti ripari dietro lo scialle della caldarrostaia!
     Se ora l’angelo è d’ebano, poco dopo diventa bianco e stanco di errare; e se prima il poeta gli ha chiesto di disvelalarsi (implicando una non-conoscenza dell’angelo) adesso afferma di riconoscerlo nel sonno, nella veglia e nel mattino, purché non tocchi la sua ala e non la senta scricchiolare: il grumo di cenere che tale contatto lascerebbe sui polpastrelli vale molto meno del pensiero della sua ultima piuma.
     L’angelo, diventato nel frattempo un miniangelo spazzacamino, è imprigionato nella non concretezza, nel limbo della cruna di un ago il cui campo magnetico lo priva della funzione di messaggero: non può annunciare niente, perché là vero e falso restano sospesi, sia per il cammello sia per l’uomo sia per qualsivoglia tronfia o mesta divinità.
     Nel forno si cuoce una ridicola apocalisse; un cortocircuito poetico per cui il drago rosso partorisce e divora il proprio figlio, sbattendosene altamente della donna vestita di sole che gli urla davanti in preda alle doglie. Il poeta è l’angelo nero; quelle penne polverose e bruciacchiate sono le sue; Montale invoca Montale nella tanto umile quanto spietata anticamera di una preghiera che coinvolge esclusivamente se stesso. 


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15 aprile 2014

Giacomo Giardina - Non è un quadro

Paese dalle strade a zig-zag,
strade rosse d’estratto di pomodoro
disteso al sole che cade;
casette nane
tutte colorate d’un pallido viola.
Una fontana, prostituta della piazza,
versa due rivi di lacrime
dalle poppe,
sotto un pornografico campanile pendente.
Il vicino arco,
a gambe aperte, lascia vedere
la bellezza rosea del tramonto.
Un girotondo di contadini
Chiude uno strato giallo di fiori:
ansiosi girasoli
che attendono un’aurora
piena d’amorosi calabroni.
Suoni, suoni,
suoni argentini di campane
accendono le stelle
ai divini cieli.

L’idiota sacrista agitando le corde dei sacri bronzi,
con mosse pagliaccesche, cancella la bellezza rosea
del magnifico tramonto siciliano.

Vincent Van Gogh, Girasoli, 1888-1889

***

Sulla tela del quadro colano sghembi rivoli di pomodoro; su questo rosso intervengono dita imbevute negli ultimi lembi di blu concessi dal tramonto, per tingere di un pallido viola le casette nane del paese. La scena dunque lascia spazio alla fontana, la prostituta della piazza. Una prostituta che piange dalle poppe, lasciando che su questa umidità penda un campanile. Un campanile pornografico, a differenza della fontana. Perché mentre il campanile, nella sua maschile evidenza, ha poco da confessare, il poeta decide di dipingere la fontana con stucchevole tragedia tutta femminile. La fontana non ha molta scelta. Non si può muovere. È nuda e dalla sua nudità sgorgano lacrime. Sembra che il mascara le scivoli dagli occhi mescolando linee nere agli altri colori del quadro. Il campanile, assorbito il sole di una giornata, si china sulla fontana sciorinando la propria erezione. Spettatore di questo bislacco porno en plein air è il vicino arco: apre le gambe il più possibile, sfogando un esibizionismo bifocale: non solo lascia che la bellezza rosea del tramonto si veda, ma che essa proietti i suoi caldi barbagli su ciò che in piazza si va sfacciatamente consumando.
     È una natura morta che, urbanizzandosi, respira come un paesaggio abitato da divinità cadute, antropomorfe, le quali, per virtù (l’arco e il campanile) o per necessità (la fontana) agiscono senza pudore, tagliando le briglie agli umori e agli istinti più nani. E le casette viola pallido stanno a guardare.  
     Sullo sfondo, un girotondo di contadini – uno strato giallo di fiori – barcolla verso casa, verso l’ultima luce, verso la penetrazione dell’arco. I contadini sono ansiosi girasoli e, in accordo con il loro eliotropismo naturale, seguono i raggi che vanno estinguendosi nella notte e che si trasformeranno in aurora; un’aurora sadica che disseterà la sezione aurea dei petali disposti secondo i numeri di Fibonacci, in cambio di amorosi sciami di calabroni: altre linee nere che si aggiungono al mascara disciolto dalla fontana; ambigui compagni del lavoro nei campi, insetti inutili, ridicoli predatori che non favoriscono l’impollinazione dei fiori né producono miele ma, semplicemente, si cibano di altri insetti. E attenzione alle femmine! Le femmine dei calabroni sono dotate di pungiglioni in grado di provocare reazioni anafilattiche anche mortali, qualora venisse loro il ghiribizzo di vendicare la fontana.
     D’altra parte, i contadini-girasoli sono creature dalla doppia sessualità, una sessualità sintetica che forse li protegge dalla vita e li proietta oltre le virtù e le necessità della vita stessa, oltre gli umori e gli istinti più nani della natura e dell’uomo: se infatti il contadino richiama subito l’immagine di un maschio, il girasole è femmina: nelle Metamorfosi di Ovidio si legge infatti che la ninfa Clizia, innamoratasi di Apollo, per aver contemplato troppo a lungo il suo carro fiammeggiante nel cielo, si sia trasformata in girasole.    
     La cultura, l’abitudine, l’idiozia imposta da ciò che è ritenuto non profano: questi sono i pagliacci che cancellano la bellezza rosea del tramonto, la bellezza in sé, l’unica luce che si dovrebbe liberamente seguire per elevarsi e superarsi sulla terra al di là di qualsiasi presunta verità.
     Si agitano le corde delle campane; quel suono sacro plana sul dipinto come un barile di varichina: disinfetta, strappa via ogni colore. E il quadro non è più un quadro.


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31 marzo 2014

Vittoria Aganoor – A un Colibrì imbalsamato

O piccoletto morto,
fu bene a te funesta
la screziata vesta
di smeraldo e rubino!
Eri troppo giocondo,
eri troppo felice;
e se dà gioie al mondo
le dà brevi il destino.


A luminosi monti
sovra l’abisso oscuro
viaggiavi sicuro,
e il cielo azzurro e il flutto
credevi tuo, credevi
eterno quell’immenso
tripudio, e non sapevi
che solo eterno è il lutto.

Dimmi, piccolo ucciso,
in quel tempo beato
cui da Dio t’era dato
il cielo ampio cercare
sulle alucce tue pronte,
che mai vedesti, oh dimmi,
di là di là dal monte,
di là di là dal mare?

L’ali aperte ancor tieni,
povero amor! Volavi
verso brezze soavi
dietro un sogno gentile,
quando un umano, un forte,
ti precideva il volo
saettandoti a morte.
Oh l’uom, quanto è mai vile!

Mio povero uccellino,
un tempo anch’io, lo sai,
per l’etere vagai
libera, e m’eran ali
- ali ardite e possenti -
i miei giovani sogni,
i miei palpiti ardenti,
le speranze immortali.

Anch’io con volo aperto
dietro un sogno d’amore,
dietro un amico albore
che mi ridea lontano,
anch’io fui còlta, e il dardo
mi lanciava un nemico
ben più del tuo gagliardo
che del mondo è sovrano.

Tu, morto sei col sole
negli occhi, in mezzo ai fiumi
dei silvestri profumi,
e a sospirar la festa
perduta mancò l’ora.
A me, per la tenace
cura che mi divora
tutta la vita resta.


Carlos Arthur, Hummingbird, 2012


***

Una felicità eccessiva, rappresentata da una preziosa veste di smeraldo e rubino, se dà gioie al mondo – perché, tutto sommato, è bello e coraggioso beccare la vita con un abito dai colori sgargianti – dà fastidio al destino, ovvero non solo si rivela funesta, ma condanna a una morte moltiplicata all’ennesima potenza. Il piccoletto in questione – il Colibrì a cui la poesia è dedicata – prima viene ucciso, poi imbalsamato e quindi costretto a un'eternità non desiderata, a una pseudovita necessariamente immobile da cui non si può più staccare, conservando colori brillanti, ma non più appartenenti a qualcosa di realmente vivo.
     L’autrice sceglie di proiettare sulla scena un Colibrì imbalsamato: un soggetto osceno nella terribilità policroma delle sue piume. Il palco è solo per lui, ma anche se il piccoletto fosse in vita, di certo non gonfierebbe il petto per la vanità instillata da questo protagonismo assoluto. Le piume, infatti, sono finte: riflettono solo l’idea del cielo in cui le ali si aprivano sicure e, ignorando la propria bellezza, sorvolavano mari e monti dove ancora giacciono enigmi destinati a rimanere senza risposta, atrofizzati nello scheletrino del Colibrì, sgombrato da ogni organo e ricoperto di luminoso smalto. Le ali sono ancora aperte, ma non possono più sbattere verso brezze soavi, né intridersi di profumi silvestri né rincorre sogni gentili; il becco si spalanca come l’abisso oscuro sopra il quale il piccoletto viaggiava sicuro, ma da quell’abisso non esce alcun suono; la musica si dissolve nell’urlo di un volo interrotto.
     Un volo nel quale l’autrice si identifica: anche lei un tempo vagava per l’etere: le ali erano ardite e possenti, i sogni erano giovani, i palpiti ardenti, le speranze immortali. E poi, cosa è successo? La menopausa ha calato il suo sipario, imbalsamando il desiderio femminile di volare? O forse anche Vittoria Aganoor è rimasta scottata dalla saetta di un uomo – tanto forte quanto vile – che ha polverizzato in lei il sogno d’amore?
     E se lei afferma di avere ancora tutta la vita - per ricominciare masochisticamente a volare, procacciandosi un’altra morte? - a differenza del Colibrì, questa creatura rivestita di smeraldo e rubino, che non può più volare pur avendo le ali aperte, è una grottesca istantanea che continua ad emanare seducente putrefazione, sintetizzando il dramma di una perdita che ancora fa male, ma dalla quale l'autrice non pare intenzionata a liberarsi: un dolore sottile – una tenace cura che resta e divora – che non è nostalgicamente rievocato ai fini di una sua esorcizzazione lirica, perché si tratta di un dolore inestricabile, che rimane come una presenza fisica, se pur imbalsamata, come il proiettile di un cacciatore che è andato ad infilzarsi in una zona irraggiungibile e comunque inoperabile del corpo. 


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25 marzo 2014

Umberto Saba – Trieste

Ho attraversato tutta la città.
Poi ho salita un’erta,
popolosa in principio, in là deserta,
chiusa da un muricciolo:
un cantuccio in cui solo
siedo; e mi pare che dove esso termina
termini la città.

Trieste ha una scontrosa
grazia. Se piace,
è come un ragazzaccio aspro e vorace,
con gli occhi azzurri e mani troppo grandi
per regalare un fiore;
come un amore
con gelosia.
Da quest’erta ogni chiesa, ogni sua via
scopro, se mena all’ingombrata spiaggia,
o alla collina cui, sulla sassosa
cima, una casa, l’ultima s’aggrappa.
Intorno
circola ad ogni cosa
un’aria strana, un’aria tormentosa,
l’aria natia.

La mia città che in ogni parte è viva,
ha il cantuccio a me fatto, alla mia vita
pensosa e schiva.


Pablo Picasso, Ritratto, 1881

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Quando pensiamo a una città la nostra mente si affolla di profili femminili: pale d’altare o miniature; donne ilari o austere, eleganti o scarmigliate, spontanee o labirintiche; e le immagini di una nostra esperienza più o meno intensa legata a quel luogo si addormentano fra le loro cosce. Trieste no. Trieste è maschio: un ragazzaccio con gli occhi azzurri che non dorme e tira sberle. Trieste è uno schizzo disegnato dal vento: la Bora che scardina tetti e forse tutto ciò che può considerarsi ricordo.
     La poesia si apre e si chiude con Saba barricato nel suo cantuccio, una sorta di trincea contemplativa circondata da un muricciolo che segna il termine del termine: la frontiera di un universo poetico costantemente minacciato dalle sferzate ossimoriche di una geografia che respinge perché sessualmente troppo attraente. L’unico riparo è offerto dalla sottrazione alla vita: le sberle del ragazzaccio con gli occhi azzurri – per giunta aspro e vorace – possono essere vissute solo schivandole, nel pensiero, nella trasfigurazione poetica di una grazia che a Saba piace (e non poco), ma che per la sua scontrosità non può essere esteticamente fruita: può solo essere contemplata nel tormento di un’aria natia, un’aria strana che domina tutto distruggendo tutto. E nemmeno la visione di un capezzolo (etero?)sessuale – l’ultima casa che si aggrappa sulla cima di una collina – può salvare dalla schiavitù erotica autoimposta dal poeta; il quale sì, era sposato, ma con una gallina gonfia di piume: eloquente metafora con cui Saba altrove dipinge la moglie.
     Trieste, come uno scoglio, è scalfita dagli schiaffi del vento; una scarica di enjambement scolpisce l’essenziale, gli alveoli dove brulicano i granchi dell’Adriatico. Resta un oblungo organismo roccioso che profuma di zuppa primordiale, sotto la cui superficie respira un uomo raggricciato nella violenta nudità del proprio desiderio. Un amore con gelosia. Un bacio negato a priori, che non si può vivere né conoscere con le labbra. Un amore che fa rima con fiore. Uno scarabocchio infantile. Un amore totale e ingenuo nei confronti di una parte di sé inequivocabilmente oscura e dalle mani troppo grandi. Mani troppo grandi per regalare un fiore. Mani che non sanno compiere il gesto di affetto più semplice del mondo, incarnando l’impossibilità di una breccia pacifica in direzione della vita. In queste mani, maschili e scabrosamente fresche, Saba distilla il suo triste erotismo.


Il Barone Inesistente

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